Oltre il complotto
Oltre il complotto: perché la cura del diabete tipo 1 è maledettamente difficile, ma ci stiamo arrivando.
Dedicato a quelli che “la cura c’è ma non ce la vogliono dare per continuare a vendere insulina!”.
Ogni volta che esce la notizia di un nuovo sensore, di un algoritmo più intelligente o di un microinfusore più piccolo, i commenti si riempiono di frasi come: “Sì, vabbè, ma noi aspettiamo la cura, quando arriva?” o, peggio, “Tanto non la troveranno mai, l’insulina rende troppo”.
È uno sfogo umano, dettato dalla stanchezza di una gestione h24.
Ma è un approccio che fa male alla comunità e alla verità scientifica. Smontiamo questo castello di carte.
1. La logica economica del mercato farmaceutico
Il mercato dell’insulina è altamente competitivo e frammentato. Se l’azienda X trovasse la cura, non avrebbe alcun interesse a nasconderla per fare un favore alle aziende Y e Z che vendono insulina.
Al contrario: lancerebbe la cura sul mercato per azzerare i concorrenti, fatturando cifre astronomiche e garantendosi il monopolio della salute metabolica mondiale. Curare conviene, anche economicamente.
2. La complessità mostruosa dell’autoimmunità
Il problema del diabete tipo 1 non è la produzione di insulina in sé, ma il sistema immunitario che ha deciso di considerare le cellule beta del pancreas come “nemici” da distruggere. Trovare la cura significa risolvere due problemi enormi contemporaneamente:
Spegnere l’attacco autoimmune in modo selettivo (senza azzerare le difese immunitarie di tutto il corpo).
Sostituire le cellule distrutte.
È come cercare di riparare un motore mentre l’auto è in corsa a 130 km/h.
3. La ricerca indipendente non ha padroni
Se la ricerca fosse finanziata solo da chi vende insulina, il dubbio potrebbe essere legittimo.
Ma la realtà è diversa: la maggior parte dei passi avanti nella ricerca di base viene fatta da università pubbliche, istituti di ricerca statali e fondazioni nate dai pazienti stessi (come Breakthrough T1D o Fondazione Italiana Diabete ETS). Queste realtà non vendono farmaci, non hanno azionisti da soddisfare e hanno come unico obiettivo la sconfitta della malattia.
4. Lo snobismo tecnologico è un rischio per la salute
È stucchevole vedere liquidati i miglioramenti tecnologici come “inutili”. Fino a quarant’anni fa si usavano siringhe di vetro e si bollivano gli aghi; oggi abbiamo sistemi che leggono la glicemia e iniettano insulina da soli mentre dormiamo, regalando tempo, sonno e protezione dagli effetti collaterali a lungo termine. La tecnologia non è il nemico della cura: è il ponte che permette ai pazienti di restare in salute nell’attesa che la cura sia pronta.
5. La cura non sarà un evento, è un processo
Ci aspettiamo che un giorno un telegiornale annunci: “Trovata la cura!”. Nella realtà, ci stiamo già arrivando gradualmente. I trapianti di isole pancreatiche sono una realtà (seppur limitata dall’immunosoppressione), le terapie geniche sono in sperimentazione e la ricerca sulle cellule staminali sta facendo passi da gigante per creare cellule “invisibili” al sistema immunitario.
Chiedere “quando arriva?” è legittimo. Pretendere che la scienza faccia miracoli dall’oggi al domani ignorando la complessità della biologia, invece, è ingeneroso verso le migliaia di scienziati che dedicano la vita a questo obiettivo.
La strada è tracciata, e nel frattempo la tecnologia ci permette di viverla al meglio.
Di Andrea Scaramuzza Responsabile Endocrinologia, Diabetologia & Nutrizione Pediatrica
ASST di Cremona

