It’s my life

Nella mia vita precedente mi pare di non aver posseduto uno zaino. Ricordo la cartella di cuoio ruvido della scuola elementare. Poi, cresciuto, i borsoni del calcio.
Dopo l’esordio si impose qualcosa per contenere insulina e siringhe (più tardi anche zollette di zucchero). Ricordo una borsetta in cuoio con tracolla. Che però non mi piaceva granché.
Infine una borsa, sempre con tracolla, in nylon blù, acquistata nel negozio più alla moda della città che si impose al mio gusto. Ma, se devo essere sincero, per molti di questi 37 anni, complice il fatto che le borse non erano una prerogativa maschile (a parte gli antiestetici Borsetti), ho girato spesso senza nulla. Uscite brevi e al sicuro, ovvio. 
Oggi non lo faccio quasi più. Ma rimpiango la straordinaria assenza di peso mentale di quei momenti.
Non saprei dire quando è arrivato il momento degli zaini. Con dentro tutto l’armamentario del diabetico avveduto: contenitori refrigeranti, aghi a volontà e lettori/glucometri di sensori e strisce, (almeno, per noi che viviamo nel mondo fortunato) e bustine di zucchero, succhi di frutta, bibite zuccherate. I più accorti girano col glucagone.
Non ricordo quanti zaini ho comprato e quanti ne posseggo. Sei o sette di sicuro quelli che ho attualmente. Di varie dimensioni. E comunque la ricerca è sempre aperta.
Ne compro uno e dopo un po’ lo trovo, per qualche strano motivo, inadeguato.
Perché c’è sempre qualcosa che non mi soddisfa appieno.
Per lungo tempo il mio zaino è rimasto sulla sedia di casa. Pieno di domande senza risposta. Che l’unica risposta è andare.
Ho due zaini per questo viaggio. Uno serio, grande, attrezzato.
E un altro più piccolo (in foto) per le uscite brevi. In verità il secondo è ancora più serio a prescindere dal colore incerto tra il verdolino e il giallo e quando sono tutto in blu’, non è proprio il massimo della combinazione. 
Me lo ha gentilmente regalato l’ADPM Milano al corso sui carboidrati.
Non avevo fatto granché caso prima, alla scritta sul davanti. “MY LIFE”.
Lo guardavo giorni fa il mio zainetto. Posati, io e lui, soli, su una spiaggia tanto lontana da casa. E non c’è bellezza naturale o umana che possa distogliermi. Che sia a portata di mano, riparato e all’ombra. Il mio occhio non transige. Era così ovvio il rimando. Che non l’avevo preso.
È così. IT’S MY LIFE. Forse una vita non più precaria di altre. Ma caratterizzata dalle nostre perentorie esigenze.
Per uno tendenzialmente disordinato e un po’ svagato come me è stara dura e beffarda sorte. Stando da soli, in viaggio, tutto questo si acuisce.
Va be’ nulla, in confronto a chi affronta imprese no limits. Ma in fondo l’impresa è tenerla tutta insieme, senza perdere nulla, questa vita che, a guardarla da fuori, è da equilibristi.
Come scendere giù per un tagliato di bosco dopo la pioggia. È quasi certo che scivolerai su qualche pezzo liscio come l’olio. Importante è stare accorti e non farsi male. Starci dentro e fuori. Sentire che batte…
Di sfuggita ho letto, qui, altro dolore di madri.
Io ho esordito a 22 anni. Mia madre fu fortunatamente sollevata dalla gestione della malattia. Posso solo immaginare il suo dolore. Orfana di madre a meno di un anno, figlia di un bracciante agricolo, che crebbe da solo quattro figli, fu dirottata presso varie zie che volta volta le fecero da mamme. E questa fu la sua infanzia.
Dice spesso: “non ho capito”, “non so”.
Del mi’ babbo, persona gradevolissima, ma troppo presa, come me del resto, dai suoi problemi di salute e depressioni ricorrenti, ho preso i lineamenti e la risata a bocca pari sul mondo.
Da mia madre … da la mi’ mamma, una grande tranquillità e sostanza . 
L’ammalarsi dei figli è uno strazio.
A me ha lasciato una ferita dolente che cerco di proteggere dai contatti più ruvidi. Ma alla fine la vita è nostra. La mia, quella di mia figlia (non diabetica ndr), di tutti i ragazzi che si fanno diabetici. E impareranno a camminare da soli.
Sempre meglio, di sicuro. Su tutte le strade. Ricche e ordinate oppure di una sfolgorante miseria, e disordine, eppoi bellezza. Come queste su cui cammino qui all’Avana. 
It’s my Life, es mi vida. La mia vita che batte.

 

 

 

Marco Salvini