Mangiare

Io e il cibo non siamo mai andati molto d’accordo. Se dovessi fare una classifica a questo punto potrei dire che è sicuramente la cosa di genere maschile che mi ha creato più problemi nella vita. Che, per le cose di genere femminile, ci ho pensato da sola. 
Diciamo che il rapporto si è incrinato immediatamente, proprio all’inizio. Di ciucciare dalla mamma non ne volevo sapere. Latte artificiale. Tutti contenti, compresa la mamma che poteva tornare al lavoro subito e i nonni che potevano trastullarsi con la pargola. 
Mamma e nonni con il cibo e con il mio rapporto con lui hanno avuto molto a che fare. A casa mia erano tassativamente vietati: coca cola e simili, merendine, dolciumi inutili (cioè tutti: caramelle, pasticcini, zucchero, a parte i biscotti, ma quelli secchi), la Nutella über alles, Satana in sembianze di crema Spalmabile. Vietati nel senso che per trovarli dovevi andarteli a comprare, ma da bambina non avevo soldi e soprattutto non ero golosa di dolci, ma di pizza…anche perché i dolci a forza di non mangiarli mi stomacavano, come mi stomacano oggi. Ecco giusto qualche gelato d’estate, quello si. Certo un campanello d’allarme a qualcuno poteva anche suonare dopo quella volta che in vacanza dalla mia amichetta ci siamo scofanate in due un vaso da un chilo di Nutella in un pomeriggio e io son finita tempo due ore secca a letto con 40 di febbre. Liquidata come bravata con quattro urlacci e due carezze. 
Per rifarsi del cibo perduto (comunque non dolci) però c’era casa di mia nonna, dove permanevo lungamente, almeno a pranzo tutti i giorni. La nonna, figlia della grande guerra e madre durante la seconda e il nonno che la fame sapeva bene cosa fosse avendo soggiornato per qualche gelido annetto in un campo di prigionia, di fronte alla prima nipote (e unica per una decina d’anni) sfornavano per pranzo derrate che avrebbero sfamato comodamente gli abitanti della rocca di San Marino. Sono stata una bambina tondetta, una ragazzina magra e una adolescente normale. Mi hanno salvato quei dieci milioni di chilometri fatti in piscina.
Fin qui tutto bene. 
Da buona liceale del collettivo studentesco e un po’ zecca (per chi non è di Roma: di sinistra spinta), mi son fatta qualche mese da vegetariana, salvo collassare in corso di allenamento pregara e segnare un repentino ritorno alla fede onnivora, ormai liberata dalle derrate sammarinesi. 
Anche fin qui tutto bene. 
Anno della maturità, lascio nuoto, inchiattimento cosmico. Primo anno dell’università dei fighetti. Tutte secche. Inizio dieta controllata da medico. Fin qui tutto abbastanza bene. Secondo semestre: inizio a mangiare sempre di meno. La “situazione cibo” sfugge distrattamente e scivolosamente di mano in un battibaleno. 
Sessione estiva, nutrimento quotidiano: 1 yogurt, 1 mela e 4 zucchine lesse. Sei litri di caffè. Vado avanti così per poco più di sei Mesi. Tutti i giorni: 1 yogurt, 1 mela, 4, massimo 6 zucchine lesse. Nei rari giorni di bagordi 1 yocca o 1 Sogliola. Finché non arrivano flebo e psichiatra. Accoppiata fenomenale e salvavita. A questo punto non più bene. Anzi, decisamente male. 
L’anoressia è una malattia psichiatrica, ci caschi dentro quasi senza accorgertene, ma ci rimani invischiata per anni perché ti porta via il cervello (che diventa una macchina per calcolare calorie prese e perse), l’anima (che diventa un sasso poroso) e la coscienza di te (che diventa uno specchio che ti riflette una immagine ingigantita). Poi ci possiamo raccontare che Giovanna D’Arco e tante eroine erano anoressiche. Che l’anoressia è la malattia delle donne forti e intelligenti, che è la malattia della volontà. Possiamo romanzarla quanto ci pare. Stronzate. L’anoressia è un verme putrido che ti mangia prima il cervello e poi il corpo. Va estirpato con la forza e con l’amore. La forza tua e di chi ti cura e l’amore di chi ti sta vicino. Perché tu, anoressica, amore non sai cosa sia. Soprattutto va estirpata con la medicina, perché è una malattia e, come si dice, facendosi vedere lungamente da uno di quelli bravi.
Dopo la giostrina di una mela, uno yogurt (magro), 4 zucchine lesse, le flebo, lo psichiatra infantile ricomincio piano piano a mangiare, ma scopro l’altrettanto doloroso (non in senso metaforico) mondo di diuretici, lassativi e vomito indotto. Si chiama bulimia. È quel mondo fantastico da film horror, anzi splatter, quasi B-movie che tanto piacerebbe a Tarantino, in cui mangi di tutto fino a scoppiare per poi cercare di espellerlo in ogni modo possibile e il più rapidamente possibile. Su internet agli albori leggo che esistono rimedi anche poco ortodossi come bere l’acido muriatico. Per fortuna il mio olfatto e quel brandello di cervello che mi rimane mi impediscono di fare un secondo tentativo. Rimango ancorata a metodi più canonici e Il bagno diventa il mio regno. Quello di casa mia, quello degli amici, quello dei ristoranti, quello dell’universita. Per fortuna quello del lavoro no. Al lavoro faccio la persona seria. A pranzo o non mangio o mangio come gli altri, comunque non vomito. 
Ancora male. Bene per niente.
Il cibo, tra anoressia e bulimia si porta via una decina d’anni di attenzioni e pensieri e terapia. Nel frattempo c’è la vita, quella prosegue rapida. Che fatica lenta e con mille ostacoli tirarsi fuori da quella melma, che poi non è mai detto perché la testa un po’ bacata rimane sempre. 
E infatti seppure abbandonati i metodi drastici rimango sempre li sul crinale dell’amore-odio con il soggetto maschile, il cibo. Dieta a zona. Funziona da dio. Riprendo qualche chilo. Dieta macrobiotica. Ah come mi sento bene. Riprendo qualche chilo. Dieta south beach. Ah peró, funziona. Riprendo qualche chilo. Dieta del gruppo sanguigno. Funziona?? boh. Riprendo comunque qualche chilo. Dieta proteica. Fantasticissima. Riprendo Troppi chili! Oltre a fare ricche le sedicenti dietiste di Milano le faccio anche felici perché rispondo alle loro diete magnificamente (abbelle c’avete a che fare con la forza di volonta di un’ex anoressica, non avete capito che non sgarro nemmeno sotto tortura). Ci ‘guadagno’ anche un fantastico guardaroba dalla 38 alla 44 e soprattutto imparo a non ficcarmi più due dita in gola, che mi pare un discreto passo avanti. Mi faccio poi una cultura enciclopedica su tutte le diete del menga propinate dai libri. Sia mai che faccia qualcosa senza documentarmi dalla a alla z.
Poi finalmente qualche anno (pochi, forse uno o due) di tranquillità. Io e il cibo cominciamo ad avere un rapporto sano e di reciproco rispetto, stima e si dai, anche amicizia, addirittura quasi complicità. 
Finalmente tutto bene.
A un certo punto arriva il mese di massimo giubilo e contentezza: mangio quello che mi pare e continuo a dimagrire. È il mese in cui compio quarant’anni. Che mi sia cambiato il metabolismo? Ma non avrebbe dovuto essere al contrario?
Tutto benissimo. È pure primavera. Mi faccio poche domande.
Al secondo mese i chili in meno diventano otto, sono ‘pesantemente’ sotto peso. Ho fame di cose che non mi piacciono, tipo i dolci e mc donald’s. Più schifezze mangio e più acqua bevo e più dimagrisco e più mi disidrato. Divento un sifone umano che si muove più piano di un bradipo. Inizio a farmi domande che diventano sempre più angoscianti e anche le analisi.
Diagnosi secca e senza ripensamenti. Diabete di tipo 1. Per sempre.
Drammaticamente male, anche se ancora non lo capisco appieno.
Il soggetto maschile cibo diventa prima una regola ferrea (occhio Fra a non esagerare, anche se sei adulta e molto vaccinata il verme schifoso che comincia per a è sempre in agguato), poi di nuovo una ribellione, mangio a vanvera e faccio insulina a capocchia.
Mentre son li poco indaffarata a curarmi male compare lo spettro ipoglicemia. Escogito la strategia più scema confondendola con la genialata dell’anno: se mangio pochi carboidrati, faccio poca insulina e vado poco in ipo.
No male. Peggio che mai!
Ipoglicemie clamorose, sbalzi di glicemia inverecondi e glicata quasi a due cifre.
Le malattie le curano i medici. Questo l’ho imparato nella lezione precedente. Me ne serve uno bravo, di nuovo. Lo trovo.
E va meglio, molto meglio. Ma tanto studio, tanto sforzo, un secondo lavoro che è quasi diventato il primo per capirci qualcosa e imparare pian piano a gestire la malattia. E la consapevolezza che domani si ricomincia da capo.
E il cibo? In completo secondo piano. È funzionale a star bene. Perché vengo prima io, viene prima la mia vita, viene prima il mio futuro. Mangio quello che devo e quello che posso cercando di coniugarlo con quello che mi piace e se quello che mi piace non si può, pace, non si mangia, almeno finchè non sapró gestirlo. E se non sapró gestirlo non lo mangeró. Non morirò certo per questo. Per le complicanze del diabete invece si. 
Mangiare?
Provo, e mi spiace dirlo, un disprezzo profondo per quelli che vivono per mangiare, (aggiungo per chiarezza: che mangiano troppo perché gli piace, perché sono abituati così, perché non hanno voglia di sforzarsi, non capiscono che il cibo in eccesso non è un bene) che pur di non rinunciare al cibo o controllarlo meglio ci rimetterebbero occhi, reni, cuore, piedi, la vita. E non ditemi che è difficile o che il cibo è spesso legato agli stati d’animo. Lo so bene.
Provo dolore lancinante per le ragazze e i ragazzi che non fanno insulina per dimagrire, vorrei prenderli tra le braccia e tenerli stretti in una ninna nanna finché il verme schifoso non esce da loro. 
E io? Come va? Andrà sicuramente meglio. Per ora me la cavo. 
È una considerazione amarissima la mia: il diabete mi sta insegnando moltissimi equilibri, il primo è quello nel mio rapporto col cibo. Serviva il diabete di tipo 1? Non lo so e non me lo domando. Perché c’è.

 

F. U.