Curare i reni ai primi segni evita la dialisi

Un italiano su due non sa cosa sia l’insufficienza renale, patologia invalidante che colpisce dal 6 all’11% della nostra popolazione. E uno su 5 non sa che i reni sono organi vitali.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rene, promossa nel nostro Paese dalla Fondazione Italiana Rene e dalla Società Italiana di Nefrologia: professor Remuzzi*, cos’è che non funziona ancora nella prevenzione?

“Non c’è in Italia prevenzione delle malattie renali, anche perché fino a qualche anno fa si pensava che in chi si ammalava di rene, la malattia progredisse fino al momento della dialisi o del trapianto. Adesso abbiamo farmaci che fermano la progressione, allontanano la dialisi e certe volte la evitano. Non solo, ma proteggono il cuore. Chi ha qualche forma di malattia renale o un po’ di proteine nelle urine, avrà presto o tardi una malattia del cuore, che si previene se si cura il rene. Bisogna accorgersene presto però, e non succede quasi mai, c’è poca sensibilità per le malattie renali”

Cosa si può fare per allontanare il momento della dialisi?
“È l’obiettivo della “Clinica di Remissione delle Nefropatie”. È un protocollo messo a punto dieci anni fa che prevede l’impiego di ACE-inibitori – si tratta di farmaci con attività antagonista del recettore per l’angiotensina – antipertensivi e statine. I risultati di uno studio che sarà pubblicato tra poco fanno vedere che nelle malattie renali non diabetiche con perdita di proteine nelle urine si può davvero evitare la dialisi in moltissimi ammalati. Nel diabete i risultati sono buoni, solo se si comincia quando la malattia renale è all’esordio”.

Quanto stanzia il Fondo Sanitario per il settore?
“Sostiene interamente la spesa per la sostituzione della funzione renale (dialisi e trapianto). Per 70.000 pazienti in dialisi o che hanno avuto un trapianto di rene il Servizio Sanitario spende 2.5 miliardi di euro. Questo vuole dire che il costo delle malattie renali è molto alto in rapporto al numero di pazienti (con la stessa cifra si possono curare 2 milioni di diabetici). Bastano questi numeri per capire come sia importante lavorare anche in Italia per prevenirne la progressione”

Il suo parere sull’attuale normativa sulle donazioni?
“La nostra è una buona legge basata fondamentalmente sul silenzio-assenso. Non illudiamoci però che tutti quelli favorevoli a lasciare i propri organi lo dichiarino. Non è successo, e non succederà. Basterebbe che chi è contrario sia lui a dichiararlo”.

L’organizzazione dell’espianto-trapianto è adeguata a “non perdere” organi preziosi?
“L’Italia è molto ben organizzata grazie ai Centri Interregionali e al Centro Nazionale ma l’Italia dei trapianti è come tutto il resto. In certe Regioni è buona l’organizzazione, in altre invece non lo è. La Toscana, che ha 41 donatori per milione di abitanti, fa meglio della Spagna, ma la Calabria che ne ha appena 7, fa peggio della Grecia. La proposta che avevo fatto ai tempi del dibattito con Celentano era che il Centro Nazionale Trapianti lavori perché le Regioni peggio organizzate vengano “adottate”dalle Regioni più avanti. In medicina, come in tante attività, le cose le fanno gli uomini, più che le leggi”.

Gli organi da trapiantare sono sempre pochi rispetto ai malati in attesa: che fare per migliorare?
“Trenta volte su cento i familiari dicono no all’espianto di organi dei loro cari, dopo la morte. In questo modo mille persone ogni anno muoiono per niente. Si dovrebbe fare tutto il possibile a tutti i livelli perché i “no” dei famigliari diminuiscano. Quello di lasciare i nostri organi quando a noi non servono più a chi ne ha bisogno per vivere dovrebbe essere avvertito dai cittadini come un dovere, proprio come assistere gli anziani e vaccinare i bambini. C’è chi non lo fa e non lo vuole fare così quegli organi finiscono sotto terra e marciscono o si bruciano. Le sembra giusto? ”

In futuro si potranno utilizzare le cellule staminali al posto di reni per il trapianto?
“Nel rene, come in tanti altri organi, ci sono cellule staminali che possono concorrere alla formazione di nuovo tessuto renale. Anche nel midollo osseo ci sono cellule teoricamente capaci di riparare il rene. Servono altri studi, ma il giorno che avremo imparato come succede che il rene in certe circostanze si ripara da solo potremo farlo in laboratorio e, forse, costruiremo un organo partendo dalle nostre cellule. Serve tanta ricerca e abbandonare i pregiudizi sul tipo di cellule che utilizzeremo”.

 

* Giuseppe Remuzzi

Direttore Unità Nefrologia e Dialisi degli Ospedali Riuniti, Bergamo
Nefrologo, nato a Bergamo nel 1949, è anche Direttore del Dipartimento di immunologia Trapianti d’organo a Bergamo, Coordinatore Ricerche dell’Istituto Mario Negri.

Autore di oltre 900 pubblicazioni scientifiche, è membro del board del The Lancet e New England Journal of Medicine

 

 

 

di Daniele Diena

da Repubblica.it, Supplemento Salute

13 marzo 2008