Quanti “diabete di tipo 1” esistono? Facciamo un po’ di chiarezza

Negli ultimi giorni sulla stampa non scientifica è rimbalzata la notizia dell’esistenza di due tipi diversi di diabete di tipo 1, creando domande nella comunità dei pazienti su quale fosse la conseguenza di questa scoperta in termini pratici per la gestione della malattia, oltre alla legittima curiosità di comprendere eventualmente a quale “tipo” si appartiene.

La notizia nasce dalla pubblicazione di un articolo sul giornale “Diabetologia” dei ricercatori inglesi dell’Università di Exeter, dove sono oggi conservati i campioni di pancreas di soggetti diabetici raccolti dal professor Alan Foulis. Durante la sua carriera come patologo che lavora in Scozia, il professor Alan Foulis ha compilato la più grande raccolta al mondo di campioni di pancreas autoptici recuperati da pazienti deceduti poco dopo aver ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 1. Questa raccolta è stata assemblata per la prima volta nei primi anni ’80 da centri in tutto il Regno Unito e comprende circa 200 casi in totale, di cui oltre 100 di giovani (<20 anni) con diabete di tipo 1 a insorgenza recente. I campioni sono stati originariamente tenuti a Glasgow ma, al momento del suo ritiro nel 2015, il professor Foulis li ha trasferiti alla University of Exeter Medical School, dove ora sono conservati. Questi campioni costituiscono una rara fonte di tessuto pancreatico che oggi per fortuna non si potrebbe più raccogliere perché i casi di decesso all’esordio sono diventati estremamente rari.

E’ necessario a questo punto fare una precisazione semantica prima di procedere nella comprensione dello studio, cioè la chiarificazione del concetto di endotipo. Un endotipo è un sottotipo di una condizione, che è definito da un meccanismo funzionale o patobiologico distinto.  Rimanendo nel caso del diabete di tipo 1 oggi sappiamo che la malattia si sviluppa a causa della attivazione del sistema immunitario che riconosce le cellule producenti l’insulina e le distrugge. Questo definisce il diabete come “tipo 1”.  Il tipo di cellule coinvolte o i mediatori del sistema immune che portano alla distruzione delle cellule beta potrebbero però non essere identico in tutti i casi e l’identificazione di meccanismi differenti può portare alla definizione di “endotipi”. Questo è lo sforzo che il gruppo di Exeter sta conducendo studiando le sezioni di pancreas a disposizione.

Precedentemente il gruppo di Exeter aveva già suggerito che il meccanismo immunologico alla base del diabete di tipo 1 potesse essere differenziato in funzione dell’età, mostrando che in soggetti inferiori ai 7 anni mostrava la presenza di un alto numero di cellule del sistema immunitario denominate linfociti B (CD 20+) e un minor numero di isole pancreatiche contenenti insulina rispetto ai soggetti con un’esordio dopo i 13 anni.  In questo secondo lavoro sulla stessa falsa riga si è potuto evidenziare che sempre nel gruppo di soggetti con esordio prima dei 7 anni si evidenziava una difficoltà del processo della sintesi dell’ insulina che detto in modo semplificato risulta rilasciato in una forma più immatura. L’insulina infatti va incontro ad un processo di maturazione prima di essere rilasciato dalle cellule beta, maturazione che prevede che il suo precursore denominato “proinsulina” venga letteralmente tagliato in due punti per permetterne il rilascio. Questo processo risulta alterato nei soggetti con esordio precoce e si manifesta con la presenza in circolo di una maggiore quantità di proinsulina. Gli studi sono stati condotti sul pancreas di 18 soggetti all’esordio della malattia.

Come impatta questa cosa sulla pratica clinica? “Al momento questo studio non modifica in nessun modo la pratica clinica e la terapia nei soggetti con diabete di tipo 1 – risponde Lorenzo Piemonti, direttore del San Raffaele Diabetes Research Institute di Milano – ma viceversa è di grande interesse per chi come noi sta lavorando alla ricerca di terapie innovative per la prevenzione della malattia. Sapere che ci sono meccanismi diversi alla base della distruzione delle cellule beta ci permetterà di disegnare i nuovi studi clinici differenziati  sulla base dei differenti meccanismi. Questo potrebbe permettere di avere in futuro trattamenti più efficaci per la prevenzione della malattia ”.

 

 

DRI San Raffaele