Morte cerebrale, rivedere i criteri

In gioco c’è la decisione su quale sia il momento che segna il passaggio tra la vita e la morte. Una scelta cruciale anche per dare il via al trapianto d’organi. Ora sei scienziati di livello internazionale sostengono una tesi destinata a fare discutere: «I criteri attualmente in uso per stabilire la morte cerebrale sono troppo rigidi — dicono —. Bisogna rivederli in modo da tener conto della pratica clinica». La sollecitazione arriva da Viareggio, dove fino a domenica è in corso il Festival della Salute, un appuntamento curato per la parte scientifica dalla Fondazione Italianieuropei.
«Si dovrebbe evitare di ispirarsi a una rigida ortodossia, mantenendo invece un’apertura mentale su un tema così complesso e controverso — è la posizione dei medici riuniti in Versilia —. Vanno riconsiderate definizioni troppo rigide come la cessazione “irreversibile” “di tutte le funzioni”, “dell’intero cervello”, perché è convinzione comune l’inapplicabilità di tali criteri nella pratica clinica».

CAPOFILA IGNAZIO MARINO – Capofila dell’appello è il chirurgo dei trapianti Ignazio Marino (Pd), presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema sanitario nazionale al Senato. Di fianco a lui Giovanni Boniolo (Fondazione Ifom e facoltà di Medicina di Milano); Bernardino Fantini (Università di Ginevra); John Harris (Università di Manchester); Robert Truog (Harvard Medical school) e Stuart Youngner (Case Western Reserve University). «Si stanno ancora scoprendo molti aspetti clinici, legali, sociali della morte cerebrale — sottolineano i sei esperti —. Il concetto evolve in relazione alle differenze culturali e religiose. È necessario mantenere aperta la discussione con il mondo non scientifico».

DOCUMENTO SU «NATURE» – Gli scienziati spiegano le loro convinzioni in un documento che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Nature. È messo in discussione il protocollo internazionale utilizzato per stabilire la morte cerebrale negli ultimi 41 anni. I criteri oggi in uso — coma, perdita irreversibile di qualsiasi funzionalità cerebrale e impossibilità di una respirazione autonoma — sono, infatti, quelli definiti nel 1968 dall’Harvard Medical School che aveva cambiato la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio, ma sull’encefalogramma piatto.

LE OBIEZIONI – La presa di posizione partita dalla Versilia ha già sollevato le prime obiezioni. «Il punto di non ritorno, ovvero l’irreversibilità, esiste ed è determinabile — ribatte sempre da Viareggio Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cet) —. Sappiamo che ciò che viene perso è la capacità complessiva del cervello e la sua capacità di recupero». Quello della morte cerebrale, del resto, è un argomento sempre più attuale nel dibattito scientifico italiano. I bioeticisti sono in fermento. Oggi è all’ordine del giorno una riunione del Comitato nazionale di bioetica: al centro, ancora una volta l’attualità o meno dei criteri stabiliti da Harward. Il tema era stato trattato già l’anno scorso anche da L’Osservatore Romano: per la storica Lucetta Scaraffia la messa in dubbio dei criteri di Harvard apre «nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti» si regge «soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri». Il dibattito, insomma, è aperto.

di Margherita De Bac
Simona Ravizza

Da Corriere.it Salute