Il legame tra diabete e Alzheimer sembra trovare sempre più conferme

Il legame tra diabete e Alzheimer sembra trovare sempre più conferme, tanto che alcuni ricercatori hanno ribattezzato l’Alzheimer una forma di «diabete di tipo 3» che colpisce il. cervello.

Diversi studi che mettono in luce una stretta relazione tra il declino cognitivo e il diabete di tipo 2, la forma più comune, sono stati presentati in questi giorni a Madrid in occasione di un convegno dedicato all’Alzheimer che ha visto la partecipazione di 5 mila ricercatori.

Negli ultimi dieci anni parecchie ricerche hanno mostrato che i diabetici corrono un rischio doppio di ammalarsi di Alzheimer rispetto a persone sane dello stesso sesso ed età.
La ragione non è nota, ma l’ipotesi proposta inizialmente è che i problemi cardiovascolari provocati dal diabete possano contribuire alla demenza bloccando il flusso sanguigno diretto al cervello.

Più di recente le ipotesi si sono evolute chiamando in causa anche i depositi tossici della proteina beta amiloide, che si accumulerebbero tanto nel cervello dei pazienti con Alzheimer quanto nel pancreas di pazienti con diabete di tipo 2.

Chi soffre di diabete di tipo 2 è spesso affetto anche da una condizione detta insulinoresistenza che rende incapaci di utilizzare in modo efficace l’insulina, l’ormone che regola il metabolismo degli zuccheri.
Per compensare questa carenza di attività il pancreas produce un surplus di insulina che può raggiungere livelli molto alti nel sangue, causando un’infiammazione dannosa per il cervello che faciliterebbe l’accumulo della suddetta proteina.

Considerato l’aumento dei casi di diabete, la prospettiva sarebbe tutt’altro che rosea; il declino cognitivo andrebbe poi ad aggiungersi alla pletora di condizioni collegate al diabete come i disturbi cardiaci, l’ictus, lo scompenso renale, la cecità e il piede diabetico.

Ma accanto agli aspetti negativi, alcune ricerche presentate suggeriscono che le misure per prevenire o controllare il diabete potrebbero ridurre il rischio di demenza e che alcuni farmaci ipoglicemizzanti potrebbero tornare utili in futuro anche per pazienti non diabetici.

Uno degli studi presentati al convegno mostra come anche le persone con livelli di glicemia al limite abbiano una probabilità superiore del 70% rispetto alle persone sane di ammalarsi di Alzheimer.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Karolinska institute di Stoccolma e ha incluso oltre 1.100 persone di 75 anni o più.
I casi di demenza sono stati più numerosi nei diabetici che soffrivano anche di ipertensione, ma il rischio maggiore ha riguardato i portatori del gene apoE4, noto fattore di rischio per l’Alzheimer.

Un’altra ricerca ha mostrato una stretta interdipendenza tra i livelli di glicemia calcolati attraverso i valori dell’emoglobina glicosilata (indicata con la sigla HbA1c, l’emoglobina legata al glucosio presente nei globuli rossi) e il rischio di demenza: l’indagine ha coinvolto oltre 22 mila pazienti seguiti per ben otto anni che al momento dell’arruolamento non presentavano demenza.
Ebbene, è emerso che per valori di emoglobina glicosilata tra 10 e 11,9 il rischio sale del 13% rispetto a valori inferiori a 10, e diventa superiore di ben l’83% per valori superiori a 15.

Altri due studi hanno invece seguito un approccio diverso, saggiando gli effetti sul declino cognitivo di alcuni farmaci ipoglicemizzanti orali usati per il diabete di tipo 2.

Nel primo, condotto dai ricercatori dell’università di Boston, sono stati seguiti 140 mila pazienti anziani non affetti da demenza in terapia con un farmaco per il diabete o l’insuIina.

Seguendoli per sei anni, è emerso che nel gruppo in terapia con il farmaco il numero di casi di Alzheimer era inferiore del 20% rispetto al gruppo in cura con l’insulina.
I farmaci impiegati (pioglitazone e rosiglitazone) appartengono entrambi alla classe dei glitazoni, molecole che abbassano la glicemia migliorando l’utilizzo dell’insulina da parte del corpo, riducendone i livelli circolanti e l’infiammazione conseguente.

Sulla scia del primo anche il secondo studio, di piccole dimensioni, che ha valutato per 18 mesi gli effetti del pioglitazone su 25 pazienti non diabetici con Alzheimer lieve o moderato, dimostrando un rallentamento nella progressione della malattia nel gruppo trattato. I ricercatori di entrambi gli studi invitano tuttavia alla cautela: i loro risultati sono si incoraggianti, ma ancora troppo preliminari per supportare fin da ora la prescrizione di farmaci ipoglicemizzanti a pazienti non diabetici.

 

 

“Milano finanza” del 22.07.06