EASD 2026 a Milano: le terapie per il diabete di tipo 1 che cambiano (o cambieranno) la storia della malattia

Dedicato a chi “La cura c’è ma ce la nascondono“: ho visto le slide, spiacente, e alcune strade sembrano davvero promettenti.

Ieri, 28 settembre, in apertura del congresso EASD (Milano, fino al 2 ottobre) c’è stata una sessione organizzata da INNODIA dedicata alle terapie per il diabete di tipo 1: prevenire, allungare la “luna di miele”, ripristinare la funzione beta-cellulare. Ho cercato di riassumere i punti principali, in modo chiaro e con la prudenza necessaria.
Perché serve agire sul sistema immunitario e sulla beta cellula.
Il diabete di tipo 1 è la perdita di beta cellule, ma anche la perdita di tolleranza immunitaria. Una terapia duratura deve occuparsi di entrambe le cose. Tre grandi piattaforme: piccole molecole (spesso orali), farmaci biologici (anticorpi) e terapie cellulari. Possono essere combinate.
1. Farmaci per ritardare o modificare la malattia
Teplizumab (anti-CD3): approvato in diversi Paesi (USA, UE, UK e altri) per ritardare l’esordio clinico in chi è allo stadio 2, dagli 8 anni, e da 2 anni in US. In alcuni Paesi (USA, Kuwait, EAU) anche in bambini di 8-17 anni con diabete appena diagnosticato. In Italia in attesa di autorizzazione AIFA puòessere usato per uso compassionevole da 8 anni in su. Lo studio di fase 3 BETA-PRESERVE coinvolge 723 persone di 1-25 anni, a meno di 8 settimane dalla diagnosi, con due cicli di infusione di 12 giorni a distanza di circa sei mesi. Si svolge in 20 Paesi, Italia inclusa.
Frexalimab (anti-CD40L): studio di fase 2b FABULINUS, 192 persone tra 12 e 35 anni con diabete appena diagnosticato, conclusione stimata aprile 2027.
Baricitinib (studi di fase 3 BARICADE) e tirzepatide (SURPASS-T1D, in persone con BMI ≥25): entrambi di Lilly, in fase 3.
Verapamil: lo studio VIST1D (fase 3, 320 persone di 6-45 anni con almeno 2 autoanticorpi) prevede un’escalation guidata dal rischio: verapamil, poi ustekinumab, poi golimumab, con test da carico orale ogni 3 mesi.
Inibitori di TXNIP (TIX100): farmaco orale non immunosoppressivo, sicuro nelle fasi 1 su adulti sani, senza ipoglicemie; la fase 2 nel tipo 1 è in programma.
Icovamenib (inibitore della menina): risultati incoraggianti nel tipo 2 con carenza di insulina; nel tipo 1 di recente esordio dati preliminari su 3 persone, con effetto che non si è mantenuto a 52 settimane. Servono studi più solidi.
Immunocore (IMC-S118AI) e Nimvec (AM510): approcci in sviluppo che mirano a un effetto antigene-specifico, cioè a spegnere l’attacco solo contro le beta cellule, senza immunosoppressione generale.
2. Prevenzione
DiViD Prevention: fase 2, 260 bambini di 3-16 anni con un solo autoanticorpo, trattamento antivirale (pleconaril + ribavirina) per 6 mesi e follow-up a 5 anni, per verificare il ruolo delle infezioni virali.
WAVE T1D: ATG a basse dosi seguito da verapamil o adalimumab in persone di 9-21 anni con esordio da meno di 6 mesi.
3. Terapie cellulari: le cellule come farmaci
Le cellule possono spostarsi nei tessuti, “sentire” l’ambiente e rispondere. Vantaggi enormi, ma anche sfide: complessità di produzione, costi, stabilità, sicurezza a lungo termine.
Treg ingegnerizzate (GNTI-122, Gentibio): linfociti T regolatori modificati per essere stabili e riconoscere antigeni delle isole. Studio POLARIS di fase 1 in adulti (18-55 anni) con esordio recente: 8 persone arruolate finora, nessun evento avverso grave, primi dati attesi nella prima metà del 2027.
Treg di PolTreg/Immuthera (Polonia): dati a 7-12 anni su 27 pazienti. Due dosi di Treg + rituximab hanno mantenuto la secrezione di insulina oltre 7 anni rispetto ai controlli e prolungato la remissione. Numeri piccoli, ma dati di lungo periodo rari e preziosi. L’EMA ha riconosciuto l’idoneità a presentare una domanda di autorizzazione: attenzione, non è ancora un’approvazione. Lo studio preTreg in stadio 1 ha randomizzato 15 bambini su 140 reclutati. In sviluppo anche Treg antigene-specifiche e “super-Treg” con editing genetico.
Altheia Science (Milano): studio IMMUNOSTEM di fase I/II, in persone di 18-30 anni con diagnosi da meno di 6 mesi e funzione beta residua. Si prelevano le staminali ematopoietiche del paziente, si modificano con un vettore lentivirale perché esprimano PD-L1 (un freno immunitario carente nel tipo 1) e si reinfondono. Follow-up di 15 anni. Al momento i risultati vengono dai modelli animali: gli effetti sull’uomo sono da dimostrare.
Come si misura il successo?
Prima il meccanismo, poi i biomarcatori (C-peptide, riduzione del fabbisogno di insulina), poi l’effetto biologico e infine il beneficio clinico, senza compromettere le difese immunitarie (per esempio la risposta ai vaccini).
Il messaggio da portare a casa
Non esiste ancora una cura, e chi dice il contrario sbaglia se crede che sia per proteggere il guadagno delle aziende. La ricerca è attiva, pubblica e in rapida crescita, con molti studi che coinvolgono anche l’Italia. Molti dati sono preliminari, su pochi pazienti e senza gruppo di controllo: promettente non significa disponibile. Per i farmaci già autorizzati altrove, il tema è l’accesso, non l’esistenza.
Dr Andrea Scaramuzza
Responsabile Endocrinologia, Diabetologia & Nutrizione Pediatrica, ASST di Cremona