EASD2026: spia da alterazione flora batteria intestinale

Una nuova ricerca, presentata al congresso annuale dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD) a Milano (28 settembre – 2 ottobre), ha scoperto che le alterazioni nella composizione della flora batterica intestinale potrebbero fornire un segnale precoce di diabete di tipo 2 (T2D).

L’analisi dei dati di centinaia di migliaia di individui ha identificato centinaia di cambiamenti nella composizione del microbiota intestinale (la comunità di microrganismi che vive nel tratto gastrointestinale) che possono essere rilevati prima dell’insorgenza di qualsiasi variazione nei valori della glicemia.

Ciò apre alla possibilità di utilizzare la composizione del microbiota intestinale per individuare i soggetti a rischio di diabete di tipo 2 e coloro che potrebbero trarre maggior beneficio da cambiamenti nello stile di vita. Questo potrebbe contribuire ad approcci preventivi a supporto degli obiettivi di salute pubblica volti a ridurre le diagnosi di diabete di tipo 2, affermano gli autori dello studio, provenienti dall’Italia e dal Regno Unito.

Attualmente, il diabete e il prediabete (quando i livelli di zucchero nel sangue sono superiori alla norma ma non abbastanza alti da essere classificati come diabete) vengono diagnosticati tramite test (HbA1c, glicemia a digiuno e test di tolleranza orale) che rilevano livelli elevati di zucchero nel sangue.

Tuttavia, questi test non vengono utilizzati per individuare le persone con livelli normali di glicemia che potrebbero sviluppare il diabete di tipo 2 in futuro. Attualmente, il rischio viene invece valutato considerando fattori come età, sesso, indice di massa corporea (BMI) e anamnesi familiare.

“Questi ultimi risultati rappresentano un importante passo avanti nella comprensione di come il nostro microbioma intestinale sia direttamente collegato alle malattie metaboliche”, spiega il professor Tim Spector, co-fondatore scientifico di ZOE* e uno degli autori dello studio. “Identificare questi chiari cambiamenti microbici prima che i livelli di glicemia peggiorino potrebbe portare a interventi precoci su alimentazione e stile di vita, nonché a opzioni di trattamento, per prevenire il diabete di tipo 2”.

Studi precedenti hanno riscontrato forti correlazioni tra il diabete di tipo 2 e il microbiota intestinale, ma non sono riusciti a concordare in modo coerente sui batteri chiave in ampie popolazioni.

Per fare chiarezza, il dottor Gabriel Baldanzi, del Laboratorio di Metagenomica Computazionale, e il professor Nicola Segata, che dirige il laboratorio presso il Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento, insieme a colleghi nel Regno Unito, hanno esaminato dati metagenomici (le sequenze di DNA dei batteri che vivono nell’intestino) e informazioni sanitarie di oltre 200.000 adulti nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Lo studio ha coinvolto 229.025 individui (73,8% donne, età media di 50 anni). Circa 3.627 presentavano diabete di tipo 2 e 14.022 prediabete. I restanti 211.376 erano normoglicemici, ovvero avevano un livello normale di glucosio nel sangue.

I ricercatori hanno identificato 789 specie di batteri associate al diabete di tipo 2, tenendo conto di età, sesso e indice di massa corporea (BMI). Circa 168 di queste specie erano presenti a livelli più elevati nei soggetti affetti dalla patologia, mentre 621 a livelli inferiori.

Tra gli esempi, si annovera Enterocloster bolteae , più abbondante negli individui affetti da diabete di tipo 2. Questa specie è in grado di formare spore ed è stata precedentemente associata a una peggiore salute cardiovascolare e metabolica. Un’altra specie, Romboutsia timonensis, era meno abbondante nei soggetti con diabete di tipo 2. Questo batterio è stato descritto solo nell’ultimo decennio. Alcune delle altre specie non erano caratterizzate, ovvero non erano mai state isolate o coltivate in laboratorio.

I cambiamenti sono risultati particolarmente evidenti negli individui che assumevano farmaci per il diabete di tipo 2. Tuttavia, si sono verificati anche in coloro che, pur affetti da diabete di tipo 2, non assumevano farmaci.

Il team ha inoltre scoperto che 587 delle 789 specie erano associate al prediabete non trattato farmacologicamente.

I ricercatori hanno quindi verificato se questo schema, o “firma”, fosse presente anche in persone che non avevano prediabete o diabete di tipo 2, ma che erano a rischio di svilupparli.

Hanno fatto ciò confrontando i dati metagenomici di 135.093 individui normoglicemici con i valori di glicemia rilevati nelle due ore successive a un pasto. La glicemia aumenta temporaneamente dopo aver mangiato. Se rimane alta, questo è solitamente un segno che i muscoli non rispondono bene all’insulina – insulino-resistenza – una fase iniziale nel percorso verso il diabete di tipo 2.

Hanno scoperto che gli individui con livelli di glicemia elevati per un periodo più lungo del solito avevano maggiori probabilità di presentare il profilo della flora batterica intestinale tipico del diabete di tipo 2. Nell’intero studio, le alterazioni del microbiota intestinale sono risultate più marcate con l’aumentare dell’insulino-resistenza.

I ricercatori affermano che l’analisi del microbioma non dovrebbe essere considerata un sostituto dei test standard utilizzati per diagnosticare il diabete di tipo 2 o il prediabete. Piuttosto, il microbioma intestinale potrebbe offrire informazioni aggiuntive sul rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, oltre ai fattori di rischio già noti come sesso, età, indice di massa corporea e storia familiare.

Inoltre, il monitoraggio dei cambiamenti del microbiota intestinale nel tempo potrebbe fornire alle persone a rischio di diabete di tipo 2 un feedback importante.

“Sappiamo che i cambiamenti nello stile di vita, come la dieta e l’attività fisica, possono prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2”, spiega il dottor Baldanzi. “Ma spesso le persone faticano a notare che questi cambiamenti stanno funzionando, a parte forse una perdita di peso. Se riuscissimo a individuare precocemente le modifiche al microbiota intestinale e a mostrare a qualcuno che è sulla strada giusta, questo potrebbe essere una potente fonte di motivazione per continuare.”

“È importante sottolineare che questi risultati sono stati resi possibili dalle dimensioni senza precedenti della coorte di ZOE, nonché dai progressi che abbiamo sviluppato nel nostro laboratorio nei metodi computazionali necessari per interpretare i dati metagenomici”, aggiunge il professor Nicola Segata, responsabile scientifico dello studio.

“Infatti, molte delle specie batteriche che fanno parte della firma del diabete sono specie attualmente completamente non caratterizzate e sono state identificate da noi per la prima volta direttamente dai dati metagenomici. In altre parole, sono nuove per la scienza.”

 

 

da Salute Domani