Il Dna materno protegge il nascituro dal diabete

Uno studio svela come agisce lo scambio di materiale genetico tra madre e feto.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Bristol ha svelato una strategia che ogni mamma adotta durante la gravidanza per proteggere il proprio bebè, trasferendo una quota di cellule proprie che possono tornare utili al piccolo per riparare gravi danni ai tessuti.

I risultati di questo interessante studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, mostrano, infatti, che il 20% dei bambini affetti da diabete di tipo 1 hanno livelli inaspettatamente elevati di Dna materno nel sangue. L’ipotesi è che le cellule di origine materna entrino in gioco in questo caso per riparare il danno al pancreas che scatena il diabete nel piccolo.

Quello di tipo 1 è una forma di diabete di origine autoimmune, ossia è causato da un deficit di insulina dovuto alla distruzione da parte del sistema immunitario delle cellule beta del pancreas (le produttrici dell’insulina). Meno diffuso rispetto a quello di tipo 2, il tipo 1 insorge preferenzialmente prima dei 30 anni di età ed è anche detto diabete insulino dipendente perché chi ne soffre necessita della terapia insulinica.

Quanto allo scambio di materiale genetico tra madre e feto durante il concepimento è un fenomeno conosciuto ormai da anni: è chiamato microchimerismo ed è noto che le cellule trasferite dalla madre possono resistere indenni per molti anni nel corpo del piccolo ricevente. Finora non era pero’ chiaro se il materiale scambiato fosse dannoso per il ricevente e soprattutto non era mai stato dimostrato che il microchimerismo potesse essere sfruttato a scopo terapeutico.

Quello che i ricercatori hanno riscontrato è che alcune delle cellule di origine materna migrano nel pancreas del bimbo e li funzionano perfettamente come cellule beta. Altro aspetto interessante è che non sono riconosciute come estranee e quindi non vengono attaccate dal sistema immunitario né attaccano le cellule beta del bambino.

Un’osservazione importante perché la prima ipotesi dei ricercatori era che in alcune situazioni potesse verificarsi un soprannumero di cellule materne verso le quali si potesse scatenare una reazione immunitaria imponente portando cosi’ al diabete. L’ipotesi si basava sulla considerazione che il sistema immunitario identificasse come estranee le cellule materne, il cui codice genetico è uguale solo per metà a quello del neonato.

Lo studio originario, infatti, aveva coinvolto 170 persone ed era stato disegnato proprio per capire se il materiale materno potesse in qualche modo innescare una reazione autoimmune da parte dell’ospite. I risultati sembrano pero’ contrastare questa ipotesi, suggerendo che le cellule materne, si attiverebbero invece proprio per riparare il danno pancreatico. Inoltre è probabile che il sistema immunitario del bimbo non attacchi le cellule materne perché impara a riconoscere molto presto, quando è ancora in fase di sviluppo.

Secondo i ricercatori questa scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie che sfruttino le cellule della mamma come riserva di insulina per usi terapeutici, scongiurando il rischio di rigetto che si avrebbe con un classico trapianto da donatore. Queste cellule potrebbero dunque essere conservate e utilizzate all’occorrenza per curare il diabete nei figli: un’opportunità di certo piu’ appetibile rispetto a quella di impiantare cellule da un donatore qualunque, le cui riserve non sono inesauribili, e il cui codice genetico è completamente diverso da quello del ricevente.

La scoperta potrebbe inoltre svelare il meccanismo attraverso cui le cellule beta del pancreas vengono generate.

 

 

di Silvia Fabiole Nicoletto

Tratto da “Milano Finanza” del 27-01-2007 .