Diabete, l’approccio value-based per una migliore gestione. Da sola l’ipoglicemia costa all’Italia 23 milioni di euro all’anno

L’approccio value-based può rappresentare un metodo non solo innovativo ma anche efficace per riorganizzare il sistema di presa in carico del paziente diabetico. Un obiettivo da centrare, tanto più considerate le pesanti ripercussioni delle criticità attualmente esistenti, che costano caro sia in termini di salute dei pazienti diabetici che in termini economici sull’intero paese. Basti pensare che il diabete colpisce oggi quasi 4 milioni di italiani, che la malattia si associa spesso a una serie di complicanze e che la gestione del diabete assorbe in Italia circa l’11% della spesa sanitaria.

Di tutto questo si è parlato stamani nel corso di formazione Ecm sincrono in modalità Fad “L’approccio value-based nel trattamento del diabete di tipo 2” promosso da SICS (Società Italiana di Comunicazione Scientifica e Sanitaria S.r.l.), con il supporto incondizionato di Msd Italia Srl. Relatori dell’evento Domenico Mannino (Presidente Fondazione di ricerca Amd Onlus), Alessandro Solipaca (direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane-Onsri, Dipartimeto di Scienze della Vita e Sanità Pubblica dell’Università Cattolica di Roma), Americo Cicchetti (Altems, Università Cattolica di Roma) e Graziano Di Cianni (Direttore Uoc di Diabetologia e malattie metaboliche dell’Asl Toscana Nord Ovest e coordinatore della Commissione diabetologica Regione Toscana, PO Livorno). Il corso sarà disponibile come Fad fino al 31 dicembre sulla piattaforma www.iecm.it

Il corso è stata l’occasione per approfondire il concetto di “valore” per la gestione del diabete che, come evidenziato da Mannino, “ha un significato diverso in base al soggetto coinvolto nel percorso. Per un medico il valore è dato soprattutto dai risultati clinici, mentre per il paziente il valore è determinato anche dalla qualità della vita. Poi c’è il valore per i decisori, che si trovano a confrontare gli aspetti economici con i risultati ottenibili”. Un approccio, dunque, complesso. Anche perché il diabete è una malattia cronica correlata a molte altre malattie (retinopatia, malattie cardiovascolari, nefropatia, solo per citarne alcune), che tendono ad aggravarsi con il tempo, tanto più in assenza di un adeguato controllo della malattia diabetica. Il 21% dei pazienti diabetici, ad esempio, soffre di retinopatia al momento della diagnosi, dopo 25 anni ne soffre il 90%.

E così un paziente diabetico ha, oggi, una aspettativa di vita media inferiore di 6 anni alla popolazione non diabetica. L’emergenza covid ha inoltre dimostrato che il 30% dei pazienti finiti in terapia intensiva aveva il diabete. Se si considera, poi, che a causa del lockdown sono saltate circa 600 mila visite, tra nuove diagnosi e follow up, si comprende facilmente come la situazione dei diabetici sia destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi. Ma non solo a causa del coronavirus. Senza interventi efficaci, ha spiegato Di Cianni, “secondo l’Oms il diabete sarà la quarta ragione di morte tra una decina di anni. In Italia si stima che la prevalenza di diabetici raggiungerà il 9% nel 2030”.

Nonostante questi dati allarmanti, “in Italia non c’è ancora un registro nazionale sul diabete”, ha evidenziato Solipaca, che ha illustrato alcuni dati raccolti dall’Osservatorio che stimano una prevalenza di diabetici in Italia che va tra il 5% e l’8% della popolazione. Il tasso standardizzato di mortalità è di 2,96 ogni 10mila abitanti, “ma con variabilità consistente – ha detto Solipaca -. Si va dal 2,2 nelle Regioni del Nord, al 2,6 del Centro fino al 4,5% al Sud”. Differenze simili si registrano in relazione al tasso standardizzato di ospedalizzazione, in media pari a 57,05 per 10 mila abitanti ma con punte dell’85 in Molise, dell’83 in Campania e dell’82 in Puglia.

Difformità simili anche sul fronte della spesa. Perché, ha illustrato Solipaca, “se i costi per paziente si aggirano in media intorno a 1.263 euro all’anno, la cifra passa dai 1.515 euro della Campania ai 900 euro della Liguria”.

Le disomogeneità non sono, però, sono di tipo geografico. Se un tempo il diabete veniva definita “la malattia del benessere”, oggi appare evidente come ad essere più colpite siano invece le fasce meno istruite e agiate della popolazione, “che hanno evidentemente più difficoltà a condurre stili di vita sani”, hanno evidenziato gli esperti.

Le conseguenze non sono di poco conto. Secondo quanto illustrato da Solipaca, “politiche di promozione di stili di vita corretti in grado di contenere la prevalenza di diabete di tipo 2 entro il 4% della popolazione italiana, come avviene nelle regioni più virtuose, permetterebbe di ridurre di 1 milione i pazienti affetti da questa patologia nel nostro Paese. Inoltre, contenere il tasso di ospedalizzazione a 39 ricoveri per 10 mila abitanti, potrebbe consentire risparmi tra 7 e 28 milioni di euro in un anno. La riduzione a 8,9 per 100 mila abitanti del tasso di ospedalizzazione per complicanze legate al diabete di tipo due favorirebbe risparmi tra i 17 e i 75 milioni di euro annui”.

“Il 49% del costo sanitario del paziente diabetico – ha sottolineato Cicchetti – è dovuto alle ospedalizzazioni, nella maggior parte dei casi evitabili con una buona gestione e aderenza terapeutica”. “La sola ipoglicemia grave – ha spiegato Di Cianni – costa ogni anno all’Italia oltre 23 milioni di euro all’anno, secondo le stime. Una cifra esagerata che sicuramente si può risparmiare con l’utilizzo di nuove terapie, da considerarsi sicure ed efficaci”. A tale riguardo Di Cianni ha citato, in particolare, due categorie di farmaci, DPP-4 e SGLT2-i, che “curano il paziente diabetico in modo globale con effetti positivi su cuore e reni”.

La gestione efficace del paziente diabetico non dipende però solo dai farmaci. La parola chiave è sicuramente prevenzione. Ma serve anche un sistema organizzato, che veda il coinvolgimento del paziente quale attore principale della propria salute ma anche l’integrazione tra gli specialisti e i medici di medicina generale, figura di riferimento sul territorio. Occorre poi misurare gli esiti e realizzare una raccolta dei dati e delle informazioni per avere un quadro chiaro della malattia.

Tutto questo deve girare intorno a un nuovo concetto di “valore”. Che tenga conto, ha detto Cicchetti, non solo dei risparmi ottenibili, ma anche del valore realizzabile. Perché “la salute si trasforma in capacità di produrre e reinvestire”, ha spiegato il direttore di Altems. Esattamente come già accaduto con i vaccini”, ha fatto notare Cicchetti.

L’approccio descritto dal direttore di Altems si basa su quattro tipologie di valori che devono contemporaneamente esistere: “C’è un valore personale, che è quello percepito dal paziente. Un valore allocativo, che tenga conto di come le risorse vengono distribuite tra i diversi campi potenziali di intervento. Un valore sociale, che riguarda l’impatto sulla società intera e non solo sul paziente, come nel caso della vaccinazione. Infine un valore tecnico, che concerne l’efficacia e che, a sua volta, dipende da un insieme di elementi tra cui la necessità di una organizzazione del sistema in grado di creare valore attraverso quella innovazione introdotta”.

Per i relatori del corso, dunque, il traguardo è chiaro. Ma la strada da compiere è ancora lunga. Perché se “i Pdta sulla carta sono stupendi, è anche vero che sono ben poche le realtà in cui sono davvero applicati”, ha detto Mannino. Così come ancora troppo distanti sono gli specialisti e i medici di medicina generale: “Nei fatti non esiste un percorso integrato”, è l’opinione Solipaca. Il punto, per Cicchetti, è che “non ci sono ancora le soluzioni istituzionali che garantiscano l’accesso all’innovazione, che siano in grado di vedere la sanità come un investimento e non come una spesa”. Gli strumenti, tuttavia, ci sarebbero. E per Di Cianni anche le criticità “sono chiare e definite”. E’ quindi ora di “passare dalle parole ai fatti”.

Lucia Conti

 

 

da Quotidiano Sanità