Dapagliflozin riduce di un terzo l’insorgenza di diabete di tipo 2 #ADA2020

Negli adulti con insufficienza cardiaca la terapia giornaliera a scopo profilattico con l’inibitore del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 dapagliflozin ha ridotto del 32% il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Sono i risultati di una nuova analisi dello studio DAPA-HF presentati al congresso annuale dell’American Diabetes Association (ADA) che si è tenuto in forma virtuale.

«Se il ruolo principale di dapagliflozin nei pazienti con insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione è quello di ridurre la mortalità cardiovascolare e il peggioramento dello scompenso, la riduzione del diabete di tipo 2 di nuova insorgenza può essere considerata un ulteriore vantaggio, soprattutto perché è associato a una maggiore mortalità» ha sottolineato Silvio Inzucchi della Yale School of Medicine di New Haven, nel Connecticut, il primo autore dello studio.

Nuova analisi dello studio DAPA-HF
Nel trial DAPA-HF dapagliflozin ha ridotto il peggioramento dell’insufficienza cardiaca e la morte per cause cardiovascolari in 4744 pazienti con scompenso e ridotta frazione di eiezione. Di questi solo il 45% aveva diabete di tipo 2 al basale.

In un’analisi esplorativa prespecificata dello studio, i ricercatori hanno valutato se dapagliflozin avesse ridotto l’incidenza del diabete nel 55% dei pazienti senza la malattia. I soggetti sono stati randomizzati a ricevere dapagliflozin 10 mg al giorno o placebo e seguiti per una mediana di 18,2 mesi. Il diabete di tipo 2 di nuova insorgenza è stato definito da un livello di emoglobina glicata (HbA1c) ≥ 6,5%, misurato in 2 visite consecutive post-randomizzazione o sulla base del giudizio dello sperimentatore (con l’avvio di un agente ipoglicemizzante).

Il trattamento con dapagliflozin ha ridotto il rischio di diabete di nuova insorgenza del 32% (p=0,019). Dei 2.605 partecipanti senza diabete all’ingresso nello studio, in 157 hanno sviluppato la malattia nel corso del follow-up. Tra questi vi erano 93 soggetti sottoposti a placebo (7,1%) e 64 di quelli in trattamento attivo (4,9%), ha spiegato Inzucchi.

«A differenza di altri studi sulla prevenzione del diabete con farmaci ipoglicemizzanti, nei pazienti non diabetici al basale il farmaco ha ridotto in misura minima i livelli di emoglobina glicata» ha osservato, aggiungendo che «questo risultato può dissipare le preoccupazioni sul mascheramento dello sviluppo del diabete sollevate riguardo a queste sperimentazioni».

Prediabete al basale come fattore critico di rischio
Alcuni fattori clinici sono risultati essere predittivi della progressione verso il diabete di tipo 2, soprattutto lo stato di prediabete al basale, definito da livelli di emoglobina glicata (HbA1c) compresi tra il 5,7% e il 6,4%, che erano presenti nel 95,5% di quanti hanno sviluppato il diabete durante il follow-up. Lo stesso si è verificato anche adottando una definizione più restrittiva di prediabete, ossia una HbA1c basale compresa tra il 6,0% e il 6,4%, dal momento che l’87% dei nuovi casi di diabete avevano livelli basali all’interno di questo intervallo.

Nel complesso, rispetto ai partecipanti che durante il follow-up non hanno sviluppato la patologia indipendentemente dal trattamento, i tre principali fattori predittivi della progressione verso il diabete erano una HbA1c basale media più elevata, un indice di massa corporea (BMI) elevato e un tasso di filtrazione glomerulare stimato (eGFR) inferiore.

Alcuni sottogruppi di pazienti hanno ottenuto una protezione significativamente maggiore con dapagliflozin. In particolare, nei soggetti con età pari o inferiore a 65 anni, il rischio di diabete di tipo 2 incidente era ridotto del 56%. Inoltre quanti sono scesi al di sotto della mediana per i livelli basali di NT-proBNP avevano un rischio ridotto del 58% di sviluppare la malattia, mentre i soggetti con livelli sopra la mediana non hanno invece ottenuto alcun beneficio protettivo.

«Non sappiamo se l’effetto di questo farmaco sull’insorgenza del diabete di tipo 2 sia duraturo nel tempo» ha detto Inzucchi, facendo presente che 18 mesi di studio rappresentano una durata relativamente breve. Ha concluso sottolineando che dapagliflozin è il primo farmaco ad aver dimostrato nello stesso trial sia una riduzione del diabete di tipo 2 di nuova insorgenza che della mortalità. Servono tuttavia ulteriori ricerche per verificare se questi effetti del trattamento sono collegati.

Approvato nel 2014 per il trattamento del diabete di tipo 2, nel 2019 dapagliflozin ha ottenuto anche l’indicazione per la riduzione del rischio di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca negli adulti diabetici ad alto rischio a causa di malattie cardiovascolari accertate o molteplici fattori di rischio. Lo scorso maggio la Fda ha approvato il farmaco anche per il trattamento dell’insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione, anche nelle persone senza diabete, sulla base dei risultati dello studio DAPA-HF.

Bibliografia

Inzucchi S et al “Effect of Dapagliflozin on the Incidence of Diabetes: A Prespecified Exploratory Analysis from DAPA-HF” ADA 2020; Abstract 271-OR.

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da PHARMASTAR