Una speciale 'Pet' (tomografia ad emissione di positroni) che permette di visualizzare le beta-cellule pancreatiche, quelle cioè che producono l'insulina e che nei malati di diabete funzionano male. Una possibilità che consente di inquadrare meglio la malattia e la sua evoluzione, rispetto alle attuali tecniche di diagnosi attraverso i test del sangue, e persino di ottimizzare le terapie. La tecnica diagnostica innovativa, sviluppata nei laboratori della Columbia University di New York, viene illustrata, per la prima volta in Europa, da suo ideatore Paul Harris al “Workshop on Diabetes Mellitus and Related Conditions - Novel Therapies: Scientific Backgrounds and Clinical Perspectives”, che da oggi a Mantova riunisce esperti di tutto il mondo
“Questa ricerca - spiega Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia dell'università di Verona e organizzatore del congresso di Mantova - apre nuove prospettive nella definizione del danno cellulare responsabile del diabete. Ma è utile anche nella cura, dal momento che permetterà di valutare l'impatto delle varie strategie terapeutiche e sperimentare nuovi farmaci osservando in maniera più diretta come agiscono e quanto sono efficaci”. La nuova tecnica, dunque, si avvale delle possibilità di diagnosi offerte dalla Pet “Come indicatore - chiarisce Harris - abbiamo utilizzato la diidrotetrabenazina marcata con carbonio-11, una molecola che si lega ai trasportatori delle monoamine presenti nelle vescicole di tipo 2, o VMAT2. Abbiamo scoperto infatti che queste monoamine, oltre che nel sistema nervoso centrale, sono espresse anche nelle beta-cellule pancreatiche umane. In questo modo è possibile visualizzare in modo chiaro e diretto la massa beta-cellulare nella persona sana e nel malato. Si potrà quindi distinguere fra persone con massa ancora soddisfacente e soggetti con massa molto compromessa e si potrà seguire l'evoluzione della malattia”.
Nei laboratori della Columbia University di New York la tecnica di imaging delle beta-cellule è stata applicata inizialmente su animali con diabete. Ora, però, sono stati raccolti dati preliminari nell'uomo.
L'èquipe di Harris ha messo a punto questa tecnica a partire dalle evidenze sul ruolo fondamentale del danno beta cellulare nello sviluppo del diabete. “Una perdita di massa beta-cellulare, oppure di funzionalità delle beta-cellule - puntualizza Bonora - è cruciale nello sviluppo del diabete tipo 2. Attualmente utilizziamo test di laboratorio, basati sulla misurazione dell'insulina e del C-peptide, per stimare la funzione beta-cellulare ma, ad oggi, non era possibile definire la reale consistenza della massa beta-cellulare in vivo. Un handicap, questo, che ha creato ostacoli all'ottimale inquadramento patogenetico della malattia, alla precisa comprensione della sua evoluzione nel tempo, alla scelta della terapia più appropriata e anche allo sviluppo di nuovi farmaci che possano proteggere le beta-cellule dai vari insulti presenti nel diabete, come stress ossidativo, glucotossicità, lipotossicità, infiammazione”.
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