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La maratona come terapia


E' più difficile portare Paul Tergat al record del mondo e a vincere la New York City Marathon o far correre un diabetico per 42 chilometri e 195 metri? Il professor Gabriele Rosa darà la risposta nei prossimi mesi. Rosa, tecnico del primatista mondiale, è impegnato in un nuovo progetto: portare 24 soggetti affetti da diabete mellito dì tipo 2 o da obesità a correre la Milano City Marathon 2007.

Quando il prossimo 8 ottobre in migliaia affronteranno l'edizione 2006 della MCM, i prescelti per questo progetto saranno all'inizio del loro cammino. In 12 mesi passeranno da una situazione patologica a correre la loro prima maratona.

IL CONTESTO Sono più di 4 milioni gli italiani con problemi di diabete mellito di tipo 2, mentre il 30% della popolazione è affetto da obesità o sovrappeso. Per questi soggetti il piano sanitario nazionale indica il miglioramento dello stile di vita come uno degli obiettivi primari.

IL PROGETTO
In 12 città italiane verranno coinvolti altrettanti centri di diabetologia, chiamati a selezionare 24 persone di età compresa tra i 30 e i 50 anni, di entrambi i sessi, con problemi di diabete o obesità. Le selezioni incominceranno a settembre e da quel momento il progetto entrerà nel vivo. «La scelta dei candidati verrà fatta insieme al professor De Feo, diabetologo dell'Università di Perugia che ci supporta in questa iniziativa - spiega il professor Rosa - una volta individuati i soggetti, incominceranno i test: fisseremo le soglie aerobiche, anaerobiche e il consumo di ossigeno, per predisporre piani di lavoro individuali».

GLI OBIETIVI
Dimagrire o tenere sotto controllo il diabete di tipo 2: la rincorsa alla Milano City Marathon 2007 avrà questi scopi. E per non far sentir soli i 24 «prescelti», insieme a loro correranno anche i 12 medici curanti che li assisteranno in questa avventura. Un ulteriore supporto sarà poi dato dalla psicologa, che li sosterrà sul piano motivazionale. «È giusto dire che il moto migliora la qualità della vita - conclude Rosa - ma bisogna andare oltre i generici messaggi del "fate sport". Muoversi fa bene, ma farlo studiando i corretti carichi di lavoro permette di ottenere più risultati. Nessuno prenderebbe un farmaco senza chiederne il dosaggio. Bisogna fare lo stesso con la terapia motoria».

 

 


da “La Gazzetta dello Sport” del 22.07.06