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La guerra mondiale all'epidemia di diabete


WASHINGTON - I numeri sono dirompenti. Almeno 195 milioni i malati nel mondo; la stima è che diventino 330 milioni entro il 2025 secondo la Federazione internazionale di diabetologia che ha lanciato l'ulteriore allarme la scorsa settimana, a Washington, al 66° appuntamento dell'Ada (l'Associazione americana di diabetologia), tutto dedicato alla ricerca e ai risultati già ottenuti. In occidente si prevede una crescita di casi del diabete di tipo 2 del 170%, sempre nello stesso periodo. Ormai si parla di epidemia. Fenomeno legato principalmente agli stili di vita. alla sedentarietà, alla dieta troppo ricca di grassi e di zuccheri e conseguente aumento di peso. Non a caso è stato coniato un nuovo termine, diabesità, entrato ormai nel lessico medico.

Da qui l'urgenza che i sistemi sanitari si preparino a fronteggiare l'impatto di questa crescente ondata di pazienti. Eppure molti Paesi sono ancora agli inizi del percorso, come si è visto nell'indagine presentata a Washington da Fend, la Federazione europea delle infermiere dedicate al diabete. Indagine che presenta dati aggiornatissimi, al settembre 2005. La spesa sanitaria per il trattamento del diabete degli stati membri dell'Unione europea oscilla tra il 2,5 e il 15 per cento di quella complessiva, con differenze notevoli. Si va dal 2,5 per cento dell'Olanda al 9 per cento della Gran Bretagna al 15 della Polonia passando per l'Italia che è ferma al 6 per cento. Oltre la metà dei costi è dovuta ai ricoveri ospedalieri determinati da complicazioni legate alla malattia. «Molti governi non hanno ancora compreso la centralità di una strategia sanitaria basata sulla prevenzione delle complicanze - ha detto Anne Marie Felton, presidente di Fend, ex infermiera del servizio pubblico inglese, ora in pensione - .

C'è bisogno di programmi di prevenzione allargati a tutta la popolazione. Tra gli obiettivi, programmi di screening e diagnosi precoce. Quasi la metà dei diabetici non sa di esserlo e lo scopre troppo tardi, con l'insorgere delle patologie associate. Credo che non si possa prescindere dalla formazione di infermiere dedicate al problema e dalla creazione di centri specialistici, dove si trovino riunite tutte le competenze mediche necessarie».

Così si spiega l'ampio divario tra i vari Paesi. La disponibilità di centri per la cura del diabete determina la diminuzione dei costi per i servizi sanitari. Un anno fa, secondo l'indagine Fend, 11 governi sui 25 dell'Unione avevano organizzato un piano nazionale anti-diabete. Erano 19 invece quelli che non avevano previsto linee guida specifiche. L'Italia apparteneva al gruppo dei ritardatari, almeno sul piano dei documenti prodotti, ma da allora la situazione si è modificata positivamente, ha ammesso la Felton.

Donato Greco, responsabile del Dipartimento di prevenzione del Ministero della Salute ricorda che il diabete rientra tra le 5 priorità del Piano sanitario nazionale assieme al cancro, alle vaccinazioni, alla riduzione del rischio cardiovascolare, alla prevenzione degli incidenti stradali e sul lavoro. «Abbiamo cominciato a promuovere la politica della cosiddetta presa in carico del paziente diabetico da parte del medico di famiglia - spiega Greco -. È previsto un sistema informatico per seguirlo durante il percorso terapeutico che si snoda tra ospedale e territorio in modo da evitare l'inutile e costosa duplicazione di esami. Si punta soprattutto alla prevenzione delle complicazioni. Il piano è partito un anno fa con i registri degli assistiti già presenti in cinque regioni, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Umbria ».

Altri dati della Fend: il 50 per cento dei malati al momento della diagnosi ha sviluppato almeno una complicazione (patologie cardiovascolari, cecità, insufficienza renale e piede diabetico, causa di amputazione).

II livello dell'apparato medico-infermieristico italiano viene giudicato buono. «Siamo all'avanguardia, non condivido le conclusioni della Fend - afferma Emanuele Bosi, diabetologo del San Raffaele, uno dei centri di eccellenza per la cura della malattia -. II quadro generale è positivo. Possiamo contare su una rete di servizi ben distribuiti sul territorio. Una realtà che altrove non esiste». Un dato indicativo della capacità di tenere sotto sorveglianza i malati è quello relativo alla emoglobina glicata, parametro sull'andamento della glicemia. Un valore medio inferiore al 7 per cento rispecchia un buon sistema assistenziale. In Italia i pazienti superano di poco questo valore. Negli Stati Uniti dove non esiste un servizio pubblico, si sale sopra l'8 per cento, il che significa che i diabetici non beneficiano delle competenze dei medici americani, aggiornatissimi e in prima linea nel campo della ricerca.

Bosi sfoglia le carte vincenti nella partita col diabete. Fondamentale il controllo della glicemia nelle persone con fattori di rischio (familiarità, soprappeso, pressione alta, età, alterazione del colesterolo, sedentarietà). Dopo i 45 anni e in presenza di almeno uno di questi fattori è consigliabile ripetere l'esame una volta all'anno.

 

 


MARGHERITA DE BAC
da: “Corriere della Sera” del 25.06.06