SAN FRANCISCO, 29 APRILE - Una sorta di 'magnete' in grado di attirare a sé, portandole allo scoperto, le 'cellule killer' dell'insulina, ovvero i linfociti T che, uccidendo le cellule beta del pancreas addette appunto alla produzione di questo ormone essenziale, determinano l'insorgenza del diabete giovanile di tipo 1. E' essenzialmente questo il meccanismo di funzionamento di un innovativo test, tutto italiano, che potrebbe portare nel prossimo futuro a prevenire il diabete 1, malattia che colpisce 170 milioni di persone nel mondo.
Il test è frutto della ricerca condotta dall'equipe del professor Gain Franco Bottazzo, direttore scientifico dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Ad annunciare la scoperta è stato lo stesso Bottazzo, dinanzi alla platea internazionale di specialisti riuniti a San Francisco per il Congresso dell'Accademia americana di pediatria.
Diabetologo di fama, nel 1974 Bottazzo ha scoperto che il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune, in cui, cioé, il sistema immunitario dell'individuo si trasforma in un 'nemico' andando a distruggere le cellule beta produttrici di insulina.
Aveva cioé identificato i cosiddetti 'anticorpi anti-isole pancreatiche': "Si pensò allora - spiega l'esperto - che fossero proprio questi anticorpi ad uccidere le cellule produttrici di insulina, ma ci sbagliavamo. Infatti, non erano loro i 'killer', dal momento che si è osservato che anche in presenza di tali anticorpi non sempre il soggetto sviluppa poi la malattia. Abbiamo così capito che gli anticorpi non erano i 'killer', bensì dei marcatori, cioé degli indicatori della malattia".
Successivamente, prosegue Bottazzo, "si è scoperto che le cellule-killer erano invece i linfociti T, un particolare tipo di globuli bianchi importanti per la difesa immunitaria dell'organismo. Nel diabete di tipo 1, i linfociti è come se ad un certo punto impazzissero, iniziando a distruggere le cellule beta, ma le ragioni di ciò sono ancora ignote". Fino ad oggi, afferma, "non eravamo tuttavia in grado di riconoscere, 'pescare' e isolare nel sangue periferico i linfociti T responsabili della malattia. Era un po' come conoscere il nome di un assassino senza poterlo vedere in faccia".
La novità dello studio italiano sta proprio in questo: "Siamo ora riusciti a mettere a punto un sistema in grado di 'pescare' nel sangue queste cellule potenzialmente pericolose: un test - precisa Bottazzo - che funziona appunto come una sorta di magnete 'acchiappa cellule-killer dell'insulinà".
Una scoperta che apre scenari importanti e che potrebbe portare, nel prossimo futuro, affermano gli esperti, a prevenire l'insorgenza del diabete di tipo 1: "Essendo ora in grado di smascherare i linfociti T - spiega Bottazzo - il nostro obiettivo è arrivare ad eliminarli sul nascere, ovvero prima che si sviluppino dando luogo alla malattia". Così, se un soggetto presenta ad esempio i marcatori del diabete senza però averlo ancora sviluppato, si potrà tenerlo sotto osservazione e, alla prima comparsa dei linfociti T, sottolinea, "si potrà neutralizzarli, prevenendo così la patologia". In altri termini, conclude Bottazzo, "il fatto di poter vedere in faccia le cellule-killer, ci permette di poter agire direttamente su di loro in modo mirato".
Un passo avanti rilevante, se si tiene conto delle cifre da epidemia che il diabete 1 ha ormai raggiunto: 170 milioni di casi nel mondo che, secondo le stime degli specialisti, potrebbero più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo i 365 milioni.
In Italia, secondo i dati più recenti del Registro italiano del diabete insulino-dipendente, le persone colpite sono 300.000, con 8 nuovi casi su 100.000 abitanti ogni anno ed un picco registrato in Sardegna, dove la malattia colpisce 43,3 abitanti su 100.000.
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