La prevenzione del diabete di tipo 1 rappresenterebbe, se
conseguito, un obiettivo di primaria importanza della medicina
moderna.
Il diabete di tipo 1 è infatti tra le malattie
croniche più diffuse della nostra epoca, colpisce prevalentemente
bambini e adolescenti, non è al momento guaribile,
richiede il trattamento insulinico e il monitoraggio glicemico
per tutta la vita ed è tuttora gravato da mortalità e morbosità
inaccettabili.
Inoltre, i costi legati alla cura della malattia e
soprattutto delle sue complicanze pongono questa malattia
tra le prime voci di spesa in tutte le società avanzate.
Purtroppo,
al momento questo obiettivo non è stato conseguito
malgrado gli importanti sforzi prodotti dalla ricerca in questo
settore, essenzialmente a causa della persistente ignoranza
circa l’eziologia della malattia, presupposto indispensabile
per la definizione di strategie efficaci di intervento. Tuttavia,
pur rimanendo ignota l’eziologia, la progressiva identificazione
dei meccanismi responsabili della distruzione della massa
beta-cellulare ha da tempo reso possibile la messa a punto di
strategie di prevenzione comunque fondate su un razionale
patogenetico.
Da oltre 20 anni sappiamo infatti che il diabete
di tipo 1 è una malattia cronica autoimmune, caratterizzata
da una lunga fase di incubazione asintomatica identificabile
per la presenza in circolo di autoanticorpi contro antigeni
delle isole pancreatiche1.
Il processo di autoimmunità non è
congenito, ma si sviluppa in età molto precoce in soggetti
con una base poligenica di predisposizione, nel cui contesto
il maggiore contributo proviene dal polimorfismo dei geni
HLA-DR e DQ2-4.
Il coinvolgimento di fattori ambientali nel
processo di induzione della reazione autoimmune è indubbia,
ma la loro identità e il tipo di interazione con i geni di suscettibilità
rimangono ancora oscuri5.
Il più importante obiettivo conseguito dalla ricerca in questo
ambito è rappresentato dalla acquisita capacità di identificare
i soggetti durante la fase preclinica mediante screening
genetico e autoanticorpale e di predirne con elevata accuratezza
l’evoluzione a malattia6. Lo screening genetico eseguito
alla nascita consente di identificare quei soggetti a maggior
rischio di sviluppare il processo di autoimmunità e pertanto
candidabili a programmi di prevenzione primaria, ovvero
rivolta a impedire l’insorgenza dell’autoimmunità; lo screening
con gli autoanticorpi anti-insulina, anti-GAD e anti-IA-2
nei soggetti geneticamente predisposti, familiari o portatori
degli alleli HLA a rischio, identifica quei soggetti nei quali il
processo di autoimmunità è già avviato e pertanto suscettibili
di interventi di prevenzione secondaria, ovvero rivolta a
bloccare o rallentare la progressione verso la forma clinica
della malattia; anche nel momento della diagnosi clinica di
diabete è ancora possibile realizzare una forma di prevenzione
terziaria, rivolta ad arrestare l’ulteriore progressione della
distruzione della massa beta-cellulare e preservare una buona
secrezione insulinica residua, presupposto a un più facile
controllo del diabete e quindi a una più efficace prevenzione
delle complicanze croniche della malattia.
Gli studi di prevenzione
realizzati o in corso di svolgimento vengono riportati
qui di seguito.
Prevenzione primaria.
Alcuni interventi recentemente avviati
hanno tratto spunto dall’osservazione del possibile
ruolo di alcuni antigeni alimentari, come quelli contenuti nel
latte vaccino7 o nei cereali, nella induzione del processo di
autoimmunità8,9.
Con questi presupposti, e avvalendosi dell’esperienza
acquisita in alcuni studi pilota10, sono attualmente
in corso di realizzazione interventi di prevenzione primaria
basati sia sulla somministrazione del latte idrolizzato (studio
TRIGR) (http://trigr.epi.usf.edu/) sia sulla posticipazione dell’introduzione
del glutine con la dieta (studio BABYDIET)11;
altri studi ancora utilizzano come possibile strumento di prevenzione la supplementazione di vitamina D (studio Prevefin)
12, la cui carenza è un fattore di rischio di malattia13,14, o
nutrienti come gli acidi grassi omega 3 di cui si ipotizzano
effetti antinfiammatori15, somministrati alle gestanti di bambini
potenzialmente a rischio o agli stessi bambini entro i primi
due anni di vita (studio NIP).
Prevenzione secondaria.
Numerosi studi di intervento
sono stati sinora realizzati, nessuno dei quali purtroppo con
risultati significativi. Il più rilevante è stato il DPT-1 (Diabetes
Prevention Trial 1): patrocinato dagli NIH, si è svolto in USA
e Canada e prevedeva come strumento di prevenzione la
somministrazione di insulina per via parenterale nei soggetti
a più elevato rischio (> 50% entro 5 anni) o per via orale
nei soggetti a rischio intermedio (26-50%).
Il razionale risiedeva
nella possibile induzione di tolleranza nei riguardi
di un autoantigene importante come l’insulina. Purtroppo,
nessuno dei due trattamenti è risultato efficace in termini di
prevenzione, anche se un ritardo nella progressione verso
il diabete è stato osservato in un sottogruppo di soggetti
con elevati titoli di anticorpi anti-insulina trattati con l’insulina
orale16,17.
In Europa è stato realizzato un altro grande studio,
denominato ENDIT (European Nicotinamide Diabetes Intervention
Trial), che utilizzava quale strumento di prevenzione
la nicotinamide, risultata tuttavia anch’essa inefficace sulla
progressione verso il diabete18.
Prevenzione terziaria.
Gli interventi di preservazione della
secrezione insulinica residua sono stati perseguiti mediante
interventi per lo più di immunosoppressione o immunomodulazione
a partire dal momento della diagnosi clinica di diabete
di tipo 1.
I migliori risultati in questo genere di trattamenti
sono quelli ottenuti intorno alla fine degli anni Ottanta con la
ciclosporina19, successivamente abbandonata a causa della
transitorietà dei benefici20 e degli effetti indesiderati associati21.
Negli anni seguenti nessuno dei numerosi altri trattamenti
proposti ha ottenuto risultati apprezzabili; soltanto di recente,
le incoraggianti esperienze ottenute con l’impiego di anticorpi
monoclonali anti-CD3 in due studi, uno condotto in USA22 e
un altro in Europa23, hanno rivitalizzato l’interesse in questo
tipo di interventi; tra i trattamenti di immunomodulazione, per
definizione meno impegnativi e meno rischiosi rispetto a quelli
di immunosoppressione, degno di menzione è lo studio pilota
realizzato mediante somministrazione del DiaPep277, un
peptide omologo della heat shock protein 6024.
L’esigenza di ottenere risultati non equivoci in questa difficile
materia ha imposto come necessità la conduzione degli studi
di intervento su base multicentrica da parte di estesi consorzi
internazionali al fine di poter disporre di massa critica, potenza
statistica, tempo di osservazione e finanziamenti adeguati.
Ne sono esempi il già menzionato TRIGR e TrialNet (www.
diabetestrialnet.org/), un network finanziato dai NIH e da altre agenzie che ha ereditato la rete che aveva realizzato il DPT-1
ed è composto da 18 centri, di cui 13 in USA e 5 internazionali,
ognuno dei quali a sua volta al centro di reti regionali o
nazionali di altri centri satelliti e affiliati.
All’interno di questi
grandi consorzi, così come da parte di altri network a estensione
nazionale o internazionale, sono in corso o in fase di
imminente avvio diversi interventi di prevenzione, secondaria
e terziaria, basati sulla somministrazione di autoantigeni (insulina
orale o inalatoria, GAD), di farmaci immunosoppressori o
immunomodulatori variamente combinati tra loro (micofenolato,
anticorpi anti-CD25, anti-CD20, anti-CD3, anti-linfociti)
e di agenti potenzialmente in grado di stimolare la ricrescita
della massa beta-cellulare come gli analoghi e i mimetici del
GLP-1.
È ragionevole attendersi da tutti questi protocolli sperimentali,
e dagli studi meccanicistici associati, importanti informazioni
non soltanto sulla efficacia dei vari trattamenti, ma
anche sul processo patogenetico oggetto dell’intervento e sui
meccanismi che ne sono alla base. Pertanto, la prevenzione
del diabete di tipo 1, benché ancora lontana, appare al momento
come un obiettivo in corso di avvicinamento, lento ma
continuo, realisticamente raggiungibile nel medio periodo.
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