A Milano 2500 diabetologi affrontano i gravi problemi di questa malattia che continua a diffondersi.
Nel 50 per cento dei pazienti si manifestano serie difficoltà nella circolazione del sangue.
Il diabete è una malattia che si diffonde con progressione geometrica. Nei prossimi anni la sua incidenza suisistemi sanitari dei Paesi avanzati sarà sempre più onerosa, sia per i costi diretti delle cure (nel paziente diabetico durano tutta la vita), sia per quelli, indiretti, delle patologie il cui sviluppo è favorito dal diabete stesso.
Tra queste, la più minacciosa è l'arteriosclerosi, che il diabetico ha probabilità di contrarre ben 4 volte superiore alla media.
Il tema è stato sviluppato nel corso del simposio «Nuove terapie nel trattamento delle arteriopatie nei pazienti diabetici», svoltosi nell'ambito del congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia che ha riunito a Milano 2500 specialisti.
Spiega Anna Petronio, cardiologa interventista, professore associato all'Università di Pisa: «L'arteriopatia in questo tipo di paziente ha caratteristiche più complesse e difficili della media. Il calibro delle arterie è più piccolo, la malattia attecchisce in più punti del tronco arterioso (è più diffusa) e inoltre provoca un maggiore spessore di calcificazione dell'endotelio. La sua evoluzione è molto pericolosa e gravida di conseguenze perché il diabetico ha una soglia del dolore molto alta e non è quindi consapevole del progredire della malattia arteriosa e della gravità dei sintomi.
Infatti una delle conseguenze più frequenti è, da un Iato, l'ischemia cardiaca silente, dall'altro l'instaurarsi dell'ischemia critica periferica, soprattutto agli arti inferiori (piede diabetico), dalla quale deriva il pericolo di necrosi (tra i pazienti con ischemia critica, 1 su 4 subisce l'amputazione)».
Aggiunge Giancarlo Palasciano, professore associato all'Università di Siena, divisione di chirurgia vascolare diretta dal professor Carlo Setacci: «Vista l'importanza della posta in gioco, una volta accertata la tendenza del diabetico a sviluppare l'arteriosclerosi, il decorso deve essere gestito da un team diretto dal diabetologo, del quale fanno parte il cardiologo interventista (o il cardiochirurgo), per la parte cardiaca (cuore, coronarie) e il chirurgo vascolare per la parte arteriosa periferica (aorta, carotidi, arti). L'avvento dell'angioplastica ha portato al diabetico benefici superiori alla norma, perché la chirurgia a cielo aperto è molto più rischiosa per questo paziente, più esposto a rischi di infezioni.
Questa disciplina ha avuto una rapida evoluzione: ad una prima fase in cui la deostruzione dell'arteria veniva affidata ad una sonda dotata di palloncino espandibile, ha fatto seguito l'introduzione dello stent un piccolissimo manicotto cilindrico di metallo a forma di rete che la sonda provvede ad introdurre nell'arteria malata, collocandolo in corrispondenza della stenosi che in tal modo è costretta a non restringersi nuovamente».
Secondo la professoressa Petronio: «Uno dei problemi più gravi nel trattamento delle stenosi delle arterie è sempre stato quello delle recidive, cioè la tendenza del vaso malato a restringersi di nuovo, proprio nel tratto che era stato allargato. L'impiego degli stent metallici ha ridotto le recidive ma non le ha eliminate. Sotto questo profIlo, un passo in avanti è rappresentato dall'introduzione di un nuovo tipo di stent che rilascia un farmaco antiproliferativo (la rapamicina) capace di impedire la riocclusione dell' arteria, sia a livello delle coronarie che della circolazione arteriosa periferica.
Tale caratteristica è importante per il diabetico, perché è maggiormente esposto al rischio di recidive (il doppio rispetto al non diabetico).
Secondo gli studi più recenti, pubblicati su Lancet e Circulation, lo stent medicato annulla la differenza che fino ad oggi esisteva tra i due tipi di pazienti diabetici».
|